Zoff, un mito nato nel ’68 : "Una notte indimenticabile. Che fuochi all’Olimpico"

La leggenda azzurra ricorda il trionfo dopo la finale-bis con la Jugoslavia "Sugli spalti per fare festa si bruciò di tutto, stadio illuminato a giorno".

di LEO TURRINI -
12 giugno 2024
Zoff, un mito nato nel ’68 : "Una notte indimenticabile. Che fuochi all’Olimpico"

Zoff, un mito nato nel ’68 : "Una notte indimenticabile. Che fuochi all’Olimpico"

"La verità è che sul momento io, Riva, Mazzola, Facchetti, Burgnich e gli altri non ci rendemmo conto del valore simbolico della nostra impresa. E sì che eravamo nel mitico Sessantotto…"

Dino Zoff è una delle figure leggendarie dello sport cui più sono affezionato. Perché alla Storia del campione si somma la dignità straordinaria della persona.

Portiere per sempre, Dino è l’unico calciatore italiano a poter vantare sia il trionfo mondiale (1982) che il trionfo Europeo (1968, appunto). Solo che non si vanta, appunto perché Zoff è Zoff.

"Buffon non ce l’ha fatta ad imitarmi – sospira il Capitano –. Ma Donnarumma ha buone chances, è molto giovane, giocherà tanti Mondiali in carriera e il titolo europeo l’ha già festeggiato".

Il guaio è che ai Mondiali non andiamo dal remoto 2014.

"Io ho molta fiducia in questa generazione. Il vero limite è il nostro campionato, in serie A il ritmo è basso, il livello è modesto. Però abbiamo un buon gruppo di atleti, Spalletti è bravo, siamo i detentori del trofeo. Poi penso dipenda come sempre dal girone, per gli italiani è sempre un incubo. Se passiamo, dopo sarà una discesa. O almeno spero!"

Torniamo al Sessantotto, caro Dino.

"Beh, il mio primo ricordo è l’ultimo".

In che senso?

"Battemmo la Jugoslavia nella finale bis, perché eravamo reduci da un pareggio 1-1 e allora il regolamento imponeva di rigiocare…"

E allora?

"La spuntammo 2-0 con i gol di Riva e di Anastasi, due cari amici che purtroppo non ci sono più. Subito accadde, allo stadio Olimpico a Roma, una cosa senza precedenti per l’epoca".

Cioè?

"Ovviamente allora non c’erano le luci dei cellulari. Ma la gente sugli spalti diede fuoco a tutto quello che aveva sotto mano: giornali, foglietti pubblicitari, eccetera. Quando Facchetti andò a ritirare la Coppa, l’Olimpico era illuminato a giorno".

Bellissimo!

"Sì, lì intuimmo che avevamo fatto qualcosa di grande. Era dal 1938, dal Mondiale di Meazza e Piola, che la Nazionale non regalava una gioia così al Paese. Aggiungo che era un mondo oggi persino difficile da spiegare ai giovani: in semifinale grazie al sorteggio avevamo eliminato l’Unione Sovietica, l’URSS, che era un colosso, poteva scegliere i suoi giocatori tra i ragazzi di diciassette repubbliche, dalla Russia all’Asia. E lo stesso discorso, più in piccolo, valeva per la Jugoslavia, che mica era la Serbia o la Croazia di oggi, come serbatoio di talenti su cui contare. Poi…"

Poi?

"Poi accadde un’altra cosa che mai potrò dimenticare. Nel 1968 vincevi qualcosa di speciale, festeggiavi sul campo e negli spogliatoi e fine. Era impensabile girare per Roma su un autobus scoperto, in mezzo ad ali di folla. Invece…"

Invece?

"Quella notte io e Riva dormivamo nello stesso albergo. Non so come, ma i tifosi si presentarono sotto l’hotel e cominciarono a chiamarci sul balcone, sventolando per strada tricolori mai visti prima".

Tu e Gigi che avete fatto?

"Andammo a salutare la folla dicendoci: al balcone, meglio noi due di Mussolini!".

Meglio sì, caro Dino.

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