I meriti e la solidità del numero uno. Acrobata o trapezista?. No, solo Terracciano. Il portiere non portiere

Pietro Terracciano, un portiere che non sembra un portiere, si è ritagliato un ruolo nel calcio che conta grazie alla forza serena dell'attesa. Una storia di meritocrazia in un mondo dove il merito sembra solo un fatto incidentale. Una storia da applaudire con convinzione.

15 novembre 2023
Acrobata o trapezista?. No, solo Terracciano. Il portiere non portiere

Acrobata o trapezista?. No, solo Terracciano. Il portiere non portiere

Forse è tutto un fatto di fisiognomica. Il portiere, infatti, non è un ruolo ma un mestiere e per questo lo immaginiamo come trapezista mancato. Uno che, nel palcoscenico circense che erano i campi da calcio improvvisati dell’adolescenza, sceglieva di stare in quello spazio confinato fra la traversa e l’area piccola, dove senza coraggio e acrobazia non si è niente. Il portiere, acrobata ipotetico più che calciatore con un ruolo particolare. Al Campo di Marte ne abbiamo visti eccome di tipi così, da Costagliola a Frey, da Albertosi a Mareggini. Lui invece sembra altro. Con la pazienza educata dell’istruttore di scuola guida e la riservatezza silenziosa del cancelliere di tribunale, lui sembra avere le qualità per altri mestieri e non lo diresti portiere per fatto filosofico. Forse questo gli ha impedito di intercettare il nostro consenso come meriterebbe.

Un errore doloroso. Perché Pietro Terracciano da San Felice a Cancello è portiere non banale, con l’orgoglio di essersi meritato sul campo la fiducia che gli sta concedendo Vincenzo Italiano. Anche l’altra sera col Bologna, con alcune parate strepitose ha consentito alla Fiorentina di portare a casa una vittoria preziosa come l’olio di questi tempi. Successe così anche a Udine e pure a Napoli, quando una sua uscita vincente su Osimhen consentì alla Fiorentina di espugnare il San Paolo. Eppure, basta un refolo di vento contrario, basta una piccola incertezza o presunta tale (come l’ipotetica colpa che avrebbe sul gol di Miretti con la Juve) e la tramontana della polemica si infrange prepotentemente su di lui. Un’ingiustizia, nel tribunale dei rendimenti calcistici. Certo, a sostenerlo oltre alla fisiognomica non aiuta nemmeno il pedigree sportivo, fatto di un lungo passaggio sui campi del Meridione, da Avellino a Nocera Inferiore e Milazzo, da Catania ad Avellino e Salerno, quasi sempre come numero 12.

Quando la Fiorentina nel gennaio del 2019 lo scambiò con Dragowsky, era il terzo portiere dell’Empoli in serie B. Sembrò una mossa di complemento. Un modo per dare corpo alla trattativa che consegnò al polacco la maglia numero 1 degli azzurri mentre per Terracciano in viola era pronto il ruolo di riserva di Lafont. Ma il calcio è il luogo fisico delle opportunità. Dove davvero mai dire mai. Lui, taciturno per indole, senza proclami o sfide guascone decise di restare in silenzio e che a parlare per lui fosse il campo. Così, spinto solo dalle buone prestazioni e non dalla suggestione, prima ha tolto in posto a Dragowski, nel frattempo rientrato da Empoli. Quindi lo ha difeso dalla candidatura ganassa del trapezista Gollini. E adesso, nelle gerarchie, ha spinto in basso anche l’ultimo pretendente alla maglia numero uno, il danese Oliver Christensen (il cui acquisto a oggi resta un mistero).

Pietro Terracciano, il portiere che non sembra un portiere ma che, grazie alla forza serena dell’attesa, si è ritagliato un ruolo nel calcio che conta quando sembrava oramai tardi per farlo. Una storia di meritocrazia in un mondo, quello del calcio, dove il merito a volte sembra solo un fatto incidentale. Una storia che, per forza, non puoi che applaudire con convinzione.

Continua a leggere tutte le notizie di sport su