Gli 80 anni di Roberto Boninsegna: “Due volte capocannoniere, ma per me sono tre. Bettega il partner ideale”

L’attaccante mantovano fa cifra tonda: “Nerazzurro nel cuore ma l’Inter non credette subito in me, a Torino scherzavo con Boniperti: ‘Per vincere in Europa avete dovuto prendere noi milanesi’. Che duelli con Morini”

di ENRICO CAMANZI -
13 novembre 2023
Tre scatti dalla carriera di Roberto Boninsegna: con l'Inter, in Nazionale e con la Juventus

Tre scatti dalla carriera di Roberto Boninsegna: con l'Inter, in Nazionale e con la Juventus

Milano, 13 novembre 2023 – Un concentrato di potenza ed esplosività. Nella galleria dei grandi attaccanti italiani fra gli anni ‘60 e ‘70 Roberto Boninsegna merita un posto d’onore. È là, nel pantheon, insieme a monumenti come Gigi Riva, Pietro Anastasi, Pierino Prati e pochissimi altri. Ha indossato, nel fiore della sua carriera, le maglie di Inter, Cagliari e Juventus. In bacheca tre scudetti (uno in nerazzurro, due a Torino), una Coppa Italia con la Juventus e la Coppa Uefa del 1977, il primo trofeo vinto in Europa dalla Vecchia Signora.

Fisico compatto, plastico e letale in acrobazia, praticamente infallibile dal dischetto (sua la striscia più lunga di rigori messi a segno in serie A, 19): un profilo che in azzurro non si vede da tempo e che attualmente farebbe la fortuna di qualsiasi squadra del massimo campionato e di parecchie in Europa.

Oggi,13 novembre, Boninsegna (“Bonimba”, come lo chiamava Gianni Brera, anche se il centravanti mantovano quel soprannome non l’ha mai troppo gradito) compie 80 anni, portati splendidamente.

Leviamoci subito l’incombenza della domanda sull’attualità, chi vince lo scudetto fra Inter e Juventus?

"Io tifo l’Inter ma devo ammettere che quando non vincono i nerazzurri, spero che a cucirsi il tricolore sul petto sia la Juventus. Credo che quest’anno se la giocheranno queste due squadre. Sono le più in forma e, in serie A, hanno gli organici più attrezzati”.

Cuore nerazzurro, ma palmarès più ricco in bianconero…

"Sono sempre stato tifoso dell’Inter, ma a Torino ho vissuto i tre anni più belli della mia carriera (fu scambiato nell’estate del ‘76 con il compianto Pietro Anastasi, ndr). Quando conquistammo la Coppa Uefa nel doppio confronto l’Athletic Bilbao, io, Benetti e l'allenatore Trapattoni prendemmo in giro il presidente Boniperti. ‘Ha visto che se voleva vincere qualcosa in Europa doveva chiamare noi milanesi’, lo provocammo”…

E lui cosa replicò?

"Mi disse, scherzando, che l’anno successivo sarei tornato all’Inter. Ma non all’Internazionale, all’Internapoli (una società partenopea con buoni trascorsi in serie C negli anni ‘60, ndr)”.

Come mai l’Inter la cedette alla Juventus?

"Il presidente Fraizzoli mi chiamò e mi disse che il club non puntava più su di me. Mi avrebbero mandato alla Juventus. Io non avrei voluto trasferirmi, ma allora c'era il vincolo, i giocatori erano proprietà delle società. Così fui costretto ad accettare”.

Qual è il suo ricordo più bello?

"I Mondiali del 1970 in azzurro. Dopo un inizio problematico con la Nazionale, fui convocato per il torneo in Messico solo a causa dell’infortunio di Anastasi nei giorni precedenti l’esordio. Arrivato all’ultimo, giocai tutte le sei partite, segnando in semifinale e in finale contro il Brasile”.

Ricordo dolceamaro perché poi furono Pelè e compagni a imporsi…

"Sì, ma a fine primo tempo eravamo in partita. Pagammo le fatiche della semifinale con la Germania, finita 4-3, ed entrata nella storia come la partita del secolo”.

E con i club?

"Porto nel cuore i tre anni di Cagliari, dove feci molto bene. L’Inter non credette subito in me e prima di cedermi ai sardi mi fece girare fra Prato, Potenza e Varese. Poi, dopo gli ottimi campionati sull’isola, mi riacquistò, mandando a Cagliari Gori, Poli e Domenghini, aggiungendo anche un conguaglio”.

Finalmente l’Inter, a quel punto…

"Personalmente ricordo i miei sette anni in nerazzurro come un periodo molto soddisfacente. Ho vinto per tre volte la classifica cannonieri”…

Anche se gli almanacchi gliene assegnano due…

"Quel successo mi è stato sottratto. Un mio gol nella partita contro il Cesena fu ‘scambiato’ per autorete. E così fecero vincere Chinaglia. Anni dopo mi confrontai con Carlo Sassi, il moviolista della Rai, è anche lui riconobbe che quella rete era tutta mia”.

Ha qualche rimpianto?

"Non so se si può parlare di rimpianto, ma la mancanza di fiducia da parte dell’Inter è stato un cruccio. Avrei potuto indossare prima la casacca nerazzurra. Quando mi prestarono al Potenza fui addirittura sul punto di smettere di giocare. Sa, ero figlio unico, e mia madre non voleva che mi trasferissi così lontano. ‘A Potenza ci va Herrera’, mi disse”.

Chi è stato il suo miglior compagno di squadra?

"In Nazionale ho giocato con alcuni dei big della mia generazione: Riva, Rivera, Mazzola, i portieri Zoff e Albertosi. Troppi per sceglierne uno solo”.

E l’attaccante con cui si trovava meglio?

"Sicuramente Roberto Bettega”.

Parliamo di difensori: i più forti che ha affrontato?

"Anche qui l’elenco è lungo. Comincerei da Burgnich, che ai tempi del Cagliari mi fece davvero soffrire. Poi Gladiolo e Rosato. E come dimenticare le battaglie con Morini, che poi ebbi come compagno alla Juventus. Cominciammo a ‘picchiarci’ al Torneo di Viareggio, quando io giocavo nell’Inter primavera e lui nella Sampdoria. Abbiamo smesso solo quando ci siamo ritrovati in bianconero”.

C’è qualche giocatore di oggi in cui si rivede?

"Domanda difficile. Forse Lukaku per come dà riferimento ai compagni e profondità alla squadra. Io ero così”.

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