Schumacher, dieci anni fa l’incidente sugli sci: il campione fragile nel limbo e la forza granitica della moglie

Nel 2013 la terribile caduta sulle nevi francesi, poi il delicato intervento al cervello. Il 3 gennaio compirà 55 anni senza saperlo. Il figlio pilota: "Mi mancano i suoi consigli"

di LEO TURRINI -
23 dicembre 2023
Michael Schumacher
Michael Schumacher

Roma, 24 dicembre 2023 – E così sono passati più di tremilaseicento giorni. Dieci anni senza Schumi, dieci anni di una vita sospesa in un limbo indefinito. Dal 2013 al 2023. Per tutti gli altri le cose sono andate avanti. Suo figlio Mick, che stava accanto a lui sulle nevi francesi nell’istante crudele della disgrazia, ha smesso di essere adolescente, si è fatto uomo, è diventato un pilota di Formula Uno e una volta in un momento di disperante sincerità ha ammesso l’indicibile: mi mancano i sorrisi e i consigli di mio padre…

Dieci anni persi e spersi per Michael Schumacher. Eroe di una generazione di ferraristi, sette volte campione del mondo, cinque con la Rossa di Montezemolo e due con la Benetton di Briatore, simbolo perfetto di una rara, riuscita integrazione fra Italia e Germania, fra spaghetti e würstel, tra Lambrusco e birra. Un destino atrocemente beffardo ha provveduto a isolare Schumi dentro una bolla: lui, che per mestiere aveva sistematicamente rischiato la pelle a trecento all’ora, si è ritrovato nel silenzio ingestibile causa un banalissimo incidente sciistico.

Ora, lasciate stare gli scandalismi, le ossessioni da gossip, le rivelazioni postume e vagamente sgangherate su ciò che non funzionò, nel 2013, in materia di soccorsi. A chi giova, oggi, sapere chi sbagliò cosa? E allo stesso modo rimuovete le sciocchezze da social, le cronache su infermieri infedeli, le chiacchiere su paparazzi imbroglioni. Non serve a niente. Dunque, sommessamente ve lo dico io, come sta Michael Schumacher dieci anni dopo l’inizio di una tragedia ingiusta. Sta come anticiparono i dottori nell’unico bollettino medico diramato sul suo stato di salute, il giorno dopo un intervento chirurgico alla testa: lesioni cerebrali gravissime, spiegarono i sanitari. Irreversibili, capimmo noi che stavamo lì, testimoni muti di una catastrofe umana.

Oltre tremilaseicento giorni dopo, Schumi non c’è. Non è tenuto in vita dai macchinari. Respira da solo. Lo spostano su una sedia a rotelle. Lo mettono davanti alla tv. Sopravvive, con un viso da vecchio. Sopravvive. Ma non c’è. Il 3 gennaio compirà 55 anni. Senza saperlo. Senza rendersi conto di quanto la sorte gli ha sottratto.

In tutto questo, è meravigliosamente esemplare la dignità di Corinna, la moglie. Non ha mollato mai, non si arrende. Ha trasformato il castello in Svizzera, residenza della famiglia, in un ospedale permanente. La signora finanzia la campagna ‘Keep Fighting’, a sostegno di chi crede coraggiosamente nei sogni di guarigioni non di rado impossibili.

E c’è un’altra cosa da aggiungere. In questo tempo in cui domina l’incultura del buco della serratura, perché via web tutti dovremmo sapere tutto di chiunque, beh, ho trovato ammirevole l’ostinazione con la quale Corinna, che sposò Michael nel 1995, ha difeso e difende la privacy del marito. A costo di trascinare in tribunale cialtroni a caccia di scoop macabri. Ha intentato cause e le ha vinte tutte. Ha dato una lezione al mondo.

Credetemi: c’è qualcosa di enorme, nello spirito di una donna passata dalla luce al buio in un attimo, l’attimo appunto di una caduta sugli sci. E forse in questo c’è anche la conferma di una scelta identitaria che viene da lontano.

Mi spiego. Ho raccontato, grazie a questo giornale, la carriera di Schumacher da Spa 1991 a Interlagos 2012. Ci sono sempre stato. Mi sono emozionato da ferrarista per le sue imprese. Non ho taciuto i suoi eccessi e i suoi errori. Al volante era un Campionissimo, ma non era un santo. Poiché il personaggio legittimamente non concedeva confidenze a chi non apparteneva alla sua cerchia ristretta (ingegneri, meccanici, naturalmente la famiglia), non ho mai narrato Michael in termini, come dire, personali. Non me lo permetto.

C’è però un episodio che porto nel cuore e che mi aprì uno squarcio sul mistero di un’anima. Primavera 2004. Storicamente la stagione più bella per la Ferrari in F1. Il comune di Fiorano mi invitò a condurre una cerimonia pubblica: a Todt, a Barrichello e a Schumi veniva conferita la cittadinanza onoraria. C’era un delirio di gente. Bambini, nonne, operai. Tutti. Prima di andare in scena, Todt mi prese da parte. Fu lapidario: "Turrini, lei sa che Schumi non ama parlare in italiano in pubblico, dunque non rompa le scatole e lo intervisti in inglese, grazie e non mi faccia arrabbiare come è suo costume".

Dunque, ci troviamo sul palco e obbedendo al sosia di Alvaro Vitali mi rivolgo a Michael nella lingua di Churchill. Prima domanda banalissima: "Dopo tanti anni spesi qui, cosa ti piace di questa terra, al netto della Ferrari?". E non lo so che cosa è accaduto. Non l’ho mai capito, sul serio. Davanti a tutta quella gente, Michael Schumacher rispose in italiano. Parlò di cucina, di pallone, di automobili da strada. Nella lingua di Dante. Venne giù il teatro. È la memoria più bella che ho di lui. Vorrei risentirla, quella voce. Ma so che non accadrà, purtroppo.

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