Rugby, il mitico pilone azzurro fa le carte al Sei Nazioni. Castrogiovanni spinge l’Italia: "Quesada ha dato un’identità»

Scatta l’ora del Sei Nazioni. Martin Castrogiovanni, che ricordi ha del suo lunghissimo viaggio in azzurro battagliando contro le big...

di PAOLO GRILLI
31 gennaio 2025
La leggenda Martin Castrogiovanni

La leggenda Martin Castrogiovanni

Scatta l’ora del Sei Nazioni. Martin Castrogiovanni, che ricordi ha del suo lunghissimo viaggio in azzurro battagliando contro le big d’Europa?

"Per un rugbista questo torneo è il massimo. Non mi ricordo quanti ne ho giocati, quattordici o quindici, non sono bravo coi numeri. Le partite che ti rimangono nel cuore sono la prima, un’emozione incredibile, e l’ultima perché pensi a tutto quello che hai fatto. Ma poi c’è anche l’orgoglio di essere arrivati quarti, nel 2013. Fu il nostro miglior piazzamento".

Questa Italia ha cambiato marcia dopo anni di grandi difficoltà.

"Certo. Anche se forse sarebbe stato meglio affrontare la Scozia non subito, vorrà rifarsi all’istante dell’ultima sconfitta. Quest’anno nessuna squadra ci sottovaluterà, come forse era in parte successo nel 2024. Ma io sono fiducioso, in autunno è stato vinto il test che si doveva vincere, con la Georgia. Le Zebre e Treviso, come club, dimostrano che il nostro movimento ’ingrana’".

Cos’ha portato agli azzurri il ct argentino Quesada?

"Gonzalo ha avuto il grande merito di dare un’identità che forse mancava al gruppo. Ora sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare. E’ un ct bravo tatticamente, ma la differenza l’ha fatta nel mettersi a fianco dei giocatori".

Si rivede oggi in qualche atleta dell’Italrugby?

"Trovo che oggi ci siano diversi giocatori più forti di me! Ma poi non amo fare confronti, ciascuno è interprete del gioco nella propria era. Che senso ha fare una comparazione fra Messi e Maradona? In uno sport tutto cambia molto in fretta".

Lei ha giocato a lungo e vinto in Inghilterra e Francia. Sono mondi rugbistici inarrivabili per noi?

"Il fattore che sposta tutto è il professionismo, che traina risorse diverse. In Italia il nostro sport è dilettantistico. Questo comporta più difficoltà a emergere a livello internazionale, ma lo spirito e la passione sono di alto livello".

Come colmare il gap anche numerico come movimento?

"Io spero proprio nella Nazionale per un salto anche nel seguito, un po’ l’’effetto Sinner’ che si è verificato nel tennis. Bisogna fare due, tre stagioni di grandi risultati".

Il rugby è meglio del calcio?

"Sono di parte e dico di sì. Ma ci sono tanti motivi per sostenerlo. Il terzo tempo dopo le partite, l’obbligo di passare la palla solo all’indietro: i compagni ti devono sempre sostenere nella tua azione e si innesca un circolo virtuoso, perché l’altruismo è l’unica via per vincere. Quando rivedi dopo tanti anni i tuoi ex compagni e li abbracci, senti emozioni identiche a quelle che nascevano in campo".

I ragazzi sperimentano tutto questo nella Castro Academy, il suo camp estivo di Piancavallo.

"E’ un progetto che ho lanciato per poter restituire al rugby tutto quello che ho ricevuto. L’obiettivo è di insegnare il gioco e di far nascere la passione. Lo sport è ’bastardo’, solo due o tre su mille arrivano. Ma se tu fai crescere un atleta, avrai formato anche una grande persona. Migliaia di ragazzi sono stati con noi, anche quelli in carrozzina. E’ un grande ’club’ in cui può crescere tanto la consapevolezza di sè, il senso costruttivo della sfida".

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