Napoli, caos tattico e crisi in trasferta: la zona Champions è sempre più lontana

Ennesima partita esterna, quella contro il Milan, chiusa senza reti: sono 5, non accadeva dal '79. E la questione modulo continua a creare confusione

di GIUSY ANNA MARIA D'ALESSIO -
12 febbraio 2024
Milan-Napoli, la delusione di Mazzarri (Ansa)
Milan-Napoli, la delusione di Mazzarri (Ansa)

Napoli, 12 febbraio 2024 – Il posticipo della domenica sera a San Siro metteva di fronte le ultime due squadre ad aver vinto il campionato, nonché le deluse della stagione in corso per una lotta scudetto abbandonata troppo in fretta. Questa sorta di derby viene vinto dalla formazione attualmente più in salute, che almeno sta per centrare l'obiettivo minimo fissato da tutte le grandi della Serie A, il pass per la prossima Champions League: il Milan festeggia grazie a Theo Hernandez e ipoteca la partecipazione alla prossima competizione continentale più prestigiosa, sempre più una chimera per un Napoli senza più certezze.

Il valzer dei moduli

Della panchina e delle macerie lasciate, suo malgrado, da Luciano Spalletti si è detto tanto, se non tutto. A dispetto delle parole di Aurelio De Laurentiis, che appena può non manca l'occasione di criticare lui e la scelta operata in estate, Rudi Garcia è stato ufficialmente scagionato dall'accusa di essere stato il male supremo degli azzurri, che in effetti nei mesi a seguire avrebbero avuto un rendimento anche peggiore sotto la gestione di Walter Mazzarri. Il patron ha recentemente biasimato il tecnico francese per voler andare dritto per la propria strada, non curandosi né dei risultati né dei suggerimenti (o, per meglio dire, degli ordini) che intanto gli arrivavano dall'alto. Eppure, secondo una scuola di pensiero molto diffusa, corroborata in questo caso anche dalle statistiche e dai numeri, tanto freddi quanto impietosi, male non faceva Garcia a provare a dare un'identità al Napoli, avendo probabilmente capito di non poter contare né sull'estro dei giorni d'oro dei singoli né su una compattezza di squadra rimasta intrappolata, come tante altre cose, nei bagordi post scudetto. Viceversa, il suo successore Mazzarri, forse in confusione o semplicemente più aziendalista del collega, sta provando a seguire la suddetta linea dettata dai piani alti, con i risultati altalenanti (per usare un eufemismo) sotto gli occhi di tutti. In principio, dopo l'esperimento nel segno del 4-2-3-1 varato da Garcia nel primo tempo contro l'Empoli, gara fatale per sancire il suo esonero, ci fu la restaurazione a furor di popolo del 4-3-3, destinato comunque a cadere allorché il Napoli avrebbe cominciato a subire troppe reti. Spazio quindi, sempre sotto indicazione di De Laurentiis, al 3-5-2 tanto caro a Mazzarri, modulo che avrebbe sistemato per qualche partita la difesa rendendo tuttavia l'attacco ancora più anemico. In quella che è diventata una sorta di ridda sarebbe poi giunto il momento del 3-4-3, il modulo che forse maggiormente si sposa con il mercato di gennaio operato dal club partenopeo. Niente da fare: con il Verona sarebbe tornato il 4-3-3 tanto caro al patron, con tanto di dividendi raccolti grazie a una vittoria sofferta ma meritata. Proprio ADL, sempre lui, aveva suggerito al proprio tecnico di provare ad accentrare Khvicha Kvaratskhelia per renderlo più letale e imprevedibile per le difese avversarie, come poi in effetti sarebbe successo nel secondo tempo del match contro l'Hellas. Con l'ennesimo ribaltone tattico, il Napoli si presenta a San Siro schierato con un 3-5-1-1 che in fase difensiva proponeva una difesa a cinque giudicata da molti quasi un oltraggio al tricolore ancora cucito sulle maglie azzurre. Il risultato? Un primo tempo chiuso in svantaggio al termine di una grande sofferenza in campo e con ancora una volta lo zero spaccato nella casella dei tiri nello specchio.

Champions sempre più lontana

Da qui l'ennesima rivoluzione tattica nella ripresa, con il ritorno alle origini che avrebbe almeno avuto il merito di migliorare la fase offensiva, regalando al Napoli occasioni da gol e anche qualche rimpianto per una partita che avrebbe potuto avere un altro esito e che invece significa la sconfitta numero 5 nelle 11 gare delle gestione Mazzarri in campionato, per una disastrosa e quasi da retrocessione media di 1,27 punti a giornata, nonché la numero 8 sulle 16 sfide complessive dell'attuale guida tecnica. Un trend negativo che diventa inquietante restringendo lo spettro ai soli match esterni, negli ultimi 5 dei quali il Napoli è a secco di reti realizzate come non accadeva dal 1979. Un'eternità che affossa ulteriormente le speranze Champions degli azzurri nella giornata in cui tutte le rivali più accreditate, Roma a parte, vincono. Intanto Mazzarri continua a mostrarsi ottimista circa la possibilità di centrare la top 4. Eppure, oggi il gap recita 7 punti: non esattamente pochi, considerando che davanti al Napoli ci sono diverse squadre e quasi tutte con un andamento velocissimo, con un'Atalanta sempre più ruspante a fungere attualmente da lepre sulla quale fare la corsa. La sensazione però è che ancor prima di curare il rendimento delle altre, gli azzurri siano tenuti a guardarsi dentro in ogni senso possibile. Lo stesso dovrà fare ovviamente Mazzarri, che con le sue continue virate tattiche di certo non sta aiutando una squadra che già quest'anno fa una fatica tremenda a trovare una parvenza di identità. Nella caotica lotteria dei moduli in corso ormai da mesi sulla ruota di Napoli i migliori riscontri pare averli forniti il 4-2-3-1, curiosamente lo schema prediletto di Garcia. Tra tante cattive notizie il quartier generale di Castel Volturno può almeno sorridere per l'imminente ritorno tra i propri ranghi di Victor Osimhen, reduce dalla delusione in finale di Coppa d'Africa. Guai però a pensare al nigeriano come al salvatore della patria e non solo per le scorie fisiche ed emotive lasciate dalla lunga (e infelice) avventura con la sua Nazionale: per quanto l'estate sia ancora lontana, qualche chiacchiera sul futuro tra le parti andrà fatta per dare più valore al presente e magari per provare a programmare il futuro. Prima ancora però la palla passa a Mazzarri, chiamato ancora una volta a scegliere il modulo con cui schierare il suo Napoli in quello che sembra diventato più un casting che un lavoro da tecnico di una squadra di calcio.

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